Uno sconcerto di suoni

Antonin Artaud

Antonin Artaud

Il suono. Da un caos a una organizzazione attraverso la consapevolezza dell’esistenza di una metrica, a volte da rispettare, a volte da azzoppare. Le giustapposizioni, la disciplina che produce una sorta di armonia figlia dell’istinto. Il dialogo come metodo per spezzare l’individualismo dell’artista e stemperarlo nel lavoro di gruppo. “Mettersi in gioco”, sapendo che implica vittoria o fallimento; entrambe situazioni dalle quali possono scaturire effetti opposti. Un risultato trionfale, un tentativo irrisolto. Due fenomeni comunque affascinanti.

Questi sono appunti sparsi, mozziconi di frasi raccolte e rielaborate in una conversazione con gli artisti Liliana Moro e Francesco Fonassi a RAUM, sede elegante e claustrale dell’associazione XING. Il significato di quanto scritto sopra mette in rilievo la centralità del suono in questa performance intitolata “In un luogo imprecisato”, frutto di un laboratorio condotto con undici giovani artisti provenienti da tutta Italia e selezionati, attraverso un bando, da un comitato scientifico. L’obiettivo era la realizzazione di un radiodramma. Ora, per poter definire il percorso svolto nel laboratorio bisogna avere in mente di cosa si compone, un radiodramma: di un testo, di suoni, di una regia. Tutte le condizioni indicate sono state rispettate in questa performance, anche se ogni singolo passo è stato liberamente “interpretato”. Il testo finale è un assemblaggio di frasi selezionate attraverso un lavoro “di scalpello” che individuasse fra le parole di tre testi (due di Giorgio Manganelli e uno di Antonin Artaud) variabili quali emozione, senso, suono della parola. Ciò che è rimasto di questo lavoro di “sbozzatura” del testo letterario ha prodotto una sintesi di una pagina nella quale le frasi e le parole si mescolano. Ecco il testo. Ora i suoni. Sono l’elemento cardine della performance, costringendo quasi il testo su uno spartito ideale, rendendolo quindi parte integrata nel suono. Come nelle antiche sale di registrazione radiofoniche in mezzo a bancali ordinati geometricamente spuntano microfoni che ricordano gru sottili; sui bancali sono appoggiati gli oggetti scelti dai partecipanti al laboratorio per produrre suoni o rumori. Un appunto: mentre i rumoristi delle sedi RAI avevano strumenti appositamente costruiti o utilizzavano stratagemmi creativi per realizzare i suoni, i ragazzi del laboratorio hanno ragionato per analogia sonora, portando un crash per produrre il suono del crash, una sveglia per far sentire la sveglia, una brocca d’acqua per ascoltare defluire del linquido nel bicchiere; e non piuttosto una bustina di plastica per riprodurre il suono del mare o due pezzi di legno per un cavallo al galoppo. Sottigliezze. Ma comunque questo elemento che pare superficiale tradisce un orientamento che ritengo, anche all’ascolto, soprattutto musicale. C’è un’armonia organizzata (che è frutto dell’intaglio sonoro da quel caos primordiale che doveva essere il laboratorio all’inizio) che mi ricorda più un concerto che una suggestione di suoni dei radiodrammi anche più arditi e astratti (che erano quelli, non a caso, destinati all’infanzia). In questo concerto mi piace immaginare Liliana Moro in veste di dinamica direttrice, che si sposta da un punto all’altro della stanza per moderare, velocizzare, interrompere, andante con moto, cadenza! Qui siamo già nella terza parte che compone il radiodramma, la regia. Una regia orchestrata nella sala RAUM, una regia controllata attraverso il mixer da Francesco Fonassi e con la collaborazione di Maria Caterina Frani. Abbassando e alzando i singoli microfoni creeranno qualcosa di completamente diverso da ciò che avviene a RAUM, destinandolo agli ascoltatori radiofonici, orbati della performance degli undici più la direttrice-allenatrice-consigliera-maestra. La performance dal vivo è avvenuta mercoledì 9 novembre, la versione radiofonica verrà trasmessa in differita martedi 15 novembre alle ore 18 e giovedi 17 novembre alle 21 da Radio Papesse (www.radiopapesse.org)..

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