Intervista a Nevio Casadio: I Poeti

Nevio Casadio

Nevio Casadio

Nevio Casadio è un reporter della RAI, che rivendica un suo modo originale, che definisce rispettoso, di fare questo mestiere. In qualche modo è parte di una vecchia scuola, di quelli che amano “consumare le suole delle scarpe” per raggiungere di persona le storie che lo interessano. Seguendo il consiglio di un maestro con cui ha lungamente lavorato, Enzo Biagi.

Ha scritto recentemente un libro per Marsilio, intitolato “Nel silenzio un canto”, una antologia di reportage di argomento diverso ai quali è particolarmente affezionato. Per questo motivo ritengo sia utile dividerli in tre parti, iniziando dal suo incontro con la poesia. Le prime due sono state interviste avvenute di persona, il terzo è un ricordo “letterario”, un omaggio a un poeta che per motivi storici non avrebbe potuto conoscere, ma che ha voluto comunque omaggiare nel libro per il profondo amore e rispetto che nutre per la sua opera.

Questi tre poeti, scomparsi, sono Dario Bellezza, Alda Merini e Dino Campana.

Dario Bellezza lo incontrò per un servizio per TV7, il rotocalco di approfondimento di RAI1. Era un uomo ormai minato dall’AIDS in fase terminale. Nevio Casadio da tempo voleva raccogliere qualche riflessione da parte del poeta romano, soprattutto approfittando della protesta pubblica dell’artista per ricevere una macchina elettromedicale che sperava potesse contribuire alla guarigione dalla malattia.

“Bellezza aveva un comprensibile ritegno a farsi filmare dalla troupe in quelle condizioni, e io stesso non avevo nessuna intenzione di indulgere, come molti fanno adesso, su immagini che muovessero a compassione o raccontassero in modo impietoso il decadimento umano”. La parola che, per ogni argomento, Casadio usa di più in relazione alla condizione umana è ‘dignità’.

“Dopo numerose telefonate alla fine Bellezza accettò, forse proprio per rilanciare l’appello all’utilizzo di quella macchina che sperava potesse liberarlo dal male. Mi avviai con la troupe nel suo appartamento, quello di una persona malata rintanata in un lettuccio; pretesi dalla troupe di girare il meno possibile e nacque una lunga conversazione con il grande poeta.”

Della sua energia e vispolemica che spesso esplodeva nei confronti culturali televisivi non c’era più traccia, rimaneva un lato fragile e semplice ma molto bello. “Mi colpì la mitezza dell’uomo e l’aver riscoperto l’importanza e la soddisfazione di gesti semplici e quotidiani, come quello di andare a prendere un caffè e una brioche. Da quel momento nacque una cordiale amicizia, che dalla ritrosia iniziale si trasformò in conversazioni telefoniche che avvenivano puntualmente ogni sera.”

A proposito di amore per la semplicità (guarda caso, una sua poesia parla del caffelatte e delle piccole cose), il ricordo non può non andare a Tonino Guerra, scomparso appena due giorni fa. “Credo che anche Tonino vada ricordato per questa sua poesia del quotidiano, per l’innata capacità di saper cogliere ed esprimere la bellezza dei fili d’erba. Quando qualcuno iniziava un’intervista ricordandolo come sceneggiatore notavo in lui una certa irritazione. Tonino Guerra era innanzitutto poeta”.

L’altro incontro, in tempi non sospetti, avviene sui navigli di Milano. La poetessa che lo accoglie per una intervista, sempre di approfondimento culturale per il rotocalco televisivo, è Alda Merini, allora ancora sconosciuta ai media. “Posso dire, forse colpevolmente, di essere l’artefice dell’esplosione mediatica di Alda Merini. Quando la incontrai la prima volta riscontrai la stessa mitezza di cui parlavo prima, nessuna intemperanza o asperità.”

Dal libro risulta che la Merini volle raccontare la sua vita in modo puntuale, delle sue frequentazioni letterarie in gioventù, di un rapporto speciale con Giorgio Manganelli, via via regredendo nei ricordi fino a rammentare le lezioni di pianoforte ricevute da Arturo Benedetti Michelangeli, testimoniate, secondo la poetessa, da un appunto che il grande genio del pianoforte indirizzò alla Merini. L’incontro si concluse con una breve sonata sul vecchio pianoforte del locale dove si tenne l’intervista.

E poi fu il successo mediatico, dovuto soprattutto alla sua esperienza estrema negli istituti psichiatrici. Casadio sottolinea argutamente “Molti da allora l’hanno celebrata, ma sfido chiunque a citare a memoria una sua poesia”. Per abusare di un termine, è caduta nel tritacarne mediatico che anchormen, uno su tutti Maurizio Costanzo, hanno usato con indescrivibile cinismo raccattando grandi artisti ormai nel più totale disarmo per farne fenomeni da baraccone, ombre di loro stessi (mi permetto un modesto suggerimento: ricordate Carmelo Bene in altri contesti che non nei tragici “uno contro tutti” pariolini).

Infine Dino Campana. Riguardo Dino Campana Casadio non si sofferma molto, tanto è il sacro rispetto che prova per il poeta di Marradi. Ne reclama l’origine più romagnola che toscana. E’ d’altronde quello di Marradi un luogo di confine imbastardito, come molti della dorsale appenninica, e ogni definizione territoriale (di là dai confini tirati col righello), diventa difficile e ragione di lotte campaniliste. Perché proprio Campana? “Perché la lettura dei Canti Orfici non trova esperienza paragonabile”. Punto.

Un poeta che ricordi con particolare affetto?: “Mario Rigoni Stern. Dopo aver realizzato in Rai diverse interviste, ad un certo punto non volle più saperne.. ma alla fine dopo una  serie di incontri ad Asiago, ritornò sui suoi passi. Da quel momento molti dei miei weekend li passai, da amico, in compagnia di un uomo dalla grande semplicità e profondità”.

Antonio Guerra – Sòura un cafèlat

Andéma t’un cafè dla póra zénta
in do ch’i zènd i furminènt te méur
a fè do ciacri sòura un cafèlatt,
a déi ch’l’è chèld, ch’l’è bón, che fa par néun.

Géma ch’a s sém vést la préima vòlta in tranv
o t’un cantòun dl’America de’ Sud,
che la tu gata mórta tònda e’ còll
s’l’udòur ad péss de’ póri Cantarèll,
l’éra una vòulpa nira da cuntèssa.

Sòta di lóm ch’l’è mélarènzi ròssi
lòt lòt, lòt, lòt, cmè bés-ci da mazèll,
andéma a fe do ciacri t’un purtòun
e géma ch’a s vlém bén, ch’l’è bèll, ch’l’è tótt.

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